Autobiografie

Vincenzo Moretti: Per la prima puntata della nostra web serie ho chiesto alle/ai partecipanti al corso di raccontarsi brevemente e di dare una propria definizione del lavoro ben fatto, perché se non li conoscete almeno un po’ i nostri protagonisti come fate ad affezionarvi alla loro storia?

Dino Russo: Ho 31 anni e vivo orgogliosamente a Napoli. Sin da piccolo ho mostrato attitudini artistiche e creative, che grazie agli studi oggi integro con la tecnologia per ottenere risultati ricercati e accattivanti. Nonostante le possibilità e le pressioni non sono mai riuscito ad abbandonare questa città per mete più floride, sicuramente questo ha influito negativamente sulla mia carriera, ma in compenso credo che questa sia la mia prima risorsa dove attingere carica emotiva. Lavoro nel mondo della grafica e della comunicazione, avrei voluto specializzarmi in un prodotto di nicchia, ma questa città mi ha costretto senza mezzi termini a fare un po il «tuttologo» nel settore. Mi definisco un freelance interattivo, disegnatore grafico, illustratore, creativo moderno, artigiano del sapere visivo, cultore di tante discipline, qualunque siano gli strumenti a mia disposizione, digitali o meno non conta, sempre pronto ad imparare pur di migliorare una mia creazione. Nell’ultimo anno mi sono avvicinato al mondo del design di interni, grazie ad un caro amico che mi ha coinvolto in un progetto per dar vita a moderne lampade di design, che inaspettatamente stanno avendo un successo che ha il sapore della rivalsa. Sono sempre alla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie che riescano a migliorare e rendere unica una mia produzione, e così un giorno mi trovo davanti il bando «Artigiani Digitali» del FabLab. Partecipo senza sapere precisamente questo corso dove mi potesse portare, ed ancora oggi lo ignoro, ma le vibrazioni sono positive e sono sempre più convinto che il futuro passi obbligatoriamente dalla stampa 3D e che ampliare le mie conoscenze di strumenti e di materiali significherebbe per me imboccare un’autostrada verso nuove realizzazioni. Un #lavorobenfatto per me significa essere maniacale, curare i minimi particolari, correggere i tanti difetti, limare i dettagli, senza dimenticare che ogni lavoro è una sfida, ed ogni sfida affrontata con passione è l’unica strada per il successo. Quando il mio Mac è spento potete trovarmi di sicuro in riva al mare. Napoli è la mia casa e la mia più grande ispirazione.

Giuseppe Caiazza: Ho 22 anni e vivo a Sarno, in provincia di Salerno, da quasi 10 anni, dopo aver passato tutta la mia infanzia e l’adolescenza a La Spezia, in Liguria. Studio Ingegneria Navale alla Federico II e sono quasi prossimo alla laurea triennale. Nella vita sono un web designer, tutto ciò centra poco o nulla con quello che studio, ma è una passione cominciata come lavoro estivo, quando andavo al primo anno del liceo scientifico, e poi diventato un vero e proprio lavoro. Infatti all’incirca un anno fa io e il mio migliore amico un po’ per gioco e un po’ per scommessa abbiamo creato Wideba, una piccola Web Agency. Tutto questo fino al giorno in cui navigando in Internet mentre sono nella circumvesuviana di ritorno dall’università mi salta all’occhio questo bando pubblico relativo al FabLab di Napoli. Per me è una vera e propria manna, che mi potrà permettere di dare una svolta decisiva alla mia tesi di laurea. Proprio così: una volta diventato ingegnere e finiti gli studi, il mio sogno è quello di poter introdurre queste nuove tecnologie – stampanti 3 D, Arduino, ecc. – nel campo della cantieristica navale. Cos’è per me un buon lavoro? Un lavoro che ti rende orgoglioso e che ti appaghi per l’impegno, per i sacrifici e per il tempo profuso.

Simone Di Costanzo: Ho 29 anni, troppi per uno studente di Ingegneria Meccanica che spera ancora di trovare lavoro e fare carriera. Troppi per avere ancora la forza di passare intere giornate sui libri, a capire nozioni che anche i professori stentano a spiegarti. Così, 2 anni fa, ansie e difficoltà varie mi spingono a dire ufficiosamente addio all’università. Non è un semplice addio, è la sconfitta di una vita. E’ l’addio a ciò che avevo sempre desiderato fare da bambino, quando le pinze giocattolo erano solo oggetti da smontare per capire come funzionavano. Deluso e sconfitto comincio a cercare lavoro. Lo scorso anno, per miracolo o per bravura, vinco un concorso come autista nella ditta pubblica di trasporti di Roma, l’ATAC. «Che culo, mi ripetono gli amici». «Ma che sto facendo, mi ripeto io tutte le volte che mi siedo in vettura e stringo tra le mani quello che in gergo chiamiamo “tarallo”, il volante per le persone normali». Il lavoro mi piace, eppure sento che della mia vita non ne sto facendo un lavoro ben fatto. Così a Maggio decido di lasciar perdere e di tornare sui libri, partendo dall’esame più difficile, quello che mi aveva causato, tra ansie varie, un’interruzione di 5 anni. «L’Italia è piena di ingegneri, figuriamoci di quelli laureati alla soglia dei 30 anni!» ripeteva freneticamente il diavoletto sulla mia spalla destra. «Continua a studiare, poi qualcosa ti inventerai», ribatteva l’angioletto sulla spalla sinistra. L’invenzione, il valore aggiunto, viene fuori a Luglio, quando il Comune, in collaborazione con il FabLab Napoli, indice il bando «Strumenti digitali per artigiani tecnologici». Fossi stato un altro ci avrei visto il classico corso di formazione riservato a raccomandati, quello che una volta retribuivano ma che ora organizzano per far vedere che stanno facendo qualcosa; essendo io ci ho visto una speranza per crearmi un futuro, un’occasione per ricreare me stesso, per tirar fuori dal pozzo quel bambino che smontava i giocattoli. Non ho ancora capito dove porteranno queste 18 settimane di corso ma ho la percezione che siano le fondamenta per creare un lavoro diverso dagli altri, un lavoro che mi proietti in ambiti e settori che magari nemmeno esistono, un lavoro che ti faccia svegliare alle 5 del mattino perché hai finalmente l’idea che ti mancava, senza sentire il peso della stanchezza, insomma un lavoro ben fatto. Che lavoro farò di preciso? Non lo so, ma già comincia a piacermi.

Salvatore Cirillo: Ho 41 anni e ancora non ho smesso di sognare. Se mi ritrovo a scrivere queste righe è perché il Signore volle salvarmi alla nascita dalle grinfie di un strana forma di gastrointerite che non mi permetteva di assimilare neanche l’acqua. I dottori (tanti) mi davano per spacciato, ma i miei occhi alquanto vispi dicevano tutto tranne che me ne sarei andato. Specchio di ciò che ero e non di quello che stavo passando, ecco quello che videro gli altri in me: un bambino che lottava contro tutto e tutti e alla fine sono qui. Sempre a smontare e rimontare di tutto, dai giocattoli più semplici a quelli più elaborati, fatti di piccoli ingranaggi e motorini di avviamento, che spesso collegavo a piccole ventole alimentate da batterie 9v per trarne un po’ di refrigerio. Mio padre voleva diventassi un buon operaio nella sua piccola fabbrichetta di borse (giusto per rendere subito l’idea). Voleva che diventassi ragioniere ma a me piace tutt’ora ragionare fuori dagli schemi. Insomma quella scuola era come un vestito che dovevo per forza indossare. A me non piaceva, materia troppo statica, io un po’ testa matta, un po’ non amavo seguire la massa, a questo punto abbandono. Abbandono in malo modo, dopo essermi scagliato contro il sistema corrotto delle bustarelle e dei “grazie non lo dovevate fare” con il voto degli alunni generosi che lievitava. Sono stato espulso perché indisciplinato o perché troppo insofferente allo schifo che girava in quell’istituto. Bocciato non per questioni legate al non sapere fare, ma soprattutto a non voler scendere a nessun tipo di compromesso. Dopo un po’ entro nel laboratorio di pelletteria di mio padre ma guardavo i miei cugini diventare sempre più bravi con i computer. Allora si lavorava con sistemi del tipo Intel 80486DX2, spettacolari, unici e tanto lenti da poter organizzarsi la serata nel frattempo che si caricasse il sistema operativo. Non volevo dare un dispiacere a mio padre in merito ai progetti che aveva su di me. Ho sempre fatto di tutto per mostrargli la mia vera passione ma ovviamente innamorato del suo lavoro, vedeva in me un futuro imprenditore nel ramo. Una cosa è certa: ho imparato ad usare le mani, manipolare ogni cosa, qualsiasi materiale e farne quello che volevo, modellarlo, tagliarlo, anche cucirlo e rifinirlo a modo mio.
Fra tante peripezie tipo matrimonio, figli, casini vari e problematiche di ogni tipo, ebbi la possibilità di aprire un centro assistenza tutto mio qui a Napoli, ma come tutte le cose belle anche quest’avventura è giunta al termine. In tanti mi dicevano che ero fortunato, che svolgevo il lavoro che avevo sempre desiderato ma forse non sapevano che spesso ho rischiato di passarmela brutta per pochi euro, che magari sarebbero passati domani a pagare e poi niente. Ho lottato per rimanere in piedi ma alla fine sono stato spazzato via dagli eventi, tasse e altre cose da pagare. E’ stata un’avventura che mi ha dato tante soddisfazioni e tanti dispiaceri, ma tanta sana esperienza di strada. Insomma mi ritrovo dopo un po’ a dovermi scontrare con un altra realtà, ossia quello del FabLab.
Mia moglie sempre presente nella mia vita, mi indica questa opportunità, le faccio notare che sicuramente ci saranno una miriade di persone qualificate, laureate e laureandi, persone che magari hanno avuto la possibilità di scegliersi un percorso di vita senza lasciarsi travolgere dagli eventi come me. Ma dai, dicevo a mia moglie, sai quanti raccomandati e posti già assegnati che ci sono. Insomma non credevo in questa cosa, mi piace essere coerente con i miei pensieri. Ma quando mi sono seduto su quella sedia al FABLAb alla domanda: «titolo di studio?» mi sono detto ok, è stato bello, arrivederci.
Non credevo che da li sarei stato scelto a far parte di questo team, probabilmente un motivo c’è e spero assieme al fantastico staff di questo corso di trarne un buon risultato.

Cosimo Saccone: Ho 36 anni, mi occupo di programmazione applicata alla grafica e all’arte e sto scrivendo un piccolo (ma spero completo) motore grafico per videogiochi. Sono anche pittore e scultore. Con questo corso spero di acquisire nuove conoscenze (soprattutto in ambito elettronico) da applicare al settore artistico e non.
Probabilmente la locuzione “lavoro ben fatto” si riferisce ad una qualche categoria ben definita e teorizzata. Onestamente cerco di dire cosa potrebbe significare, per me, “lavoro ben fatto”, senza guardare su internet. Per me, il lavoro ben fatto è innanzitutto un lavoro ben progettato o riprogettato, un lavoro ben documentato e promosso sul piano della pubblicità e soprattutto un lavoro che realizza perfettamente gli scopi economici e non, che i suoi autori avevano previsto (se non anche scopi ulteriori non previsti).

Daniele Rosselli: Ho 32 anni, un diploma in elettronica e telecomunicazioni, laurea in scienze della comunicazione. E il lavoro? Ci arrangiamo! O meglio, cerchiamo di sfruttare doti e attitudini. Mi definirei un maker a 360°. Da circa 8 anni mi occupo di regia, riprese e montaggio video. Ho avuto esperienze dell’ambito della videodanza, con uno spettacolo andato in scena in varie città d’Italia, e della videoarte. Artista visivo, realizzo opere e installazioni luminose a led. Direttore artistico, collaboratore con gallerie, allestitore, Vj, all’occasione barman e tanto altro. 
E il FabLab cosa c’entra? Costruisco oggetti oltre che immagini. La mia forte manualità mi ha spinto anche ad esplorare l’ambito del design ed è questo il motivo che mi ha portato a partecipare al bando. Ho realizzato un tavolo da salotto e vari complementi d’arredo, oltre a costruire dalla A alla Z tutte le mie opere e installazioni. Le possibilità di applicazioni, date dalla stampa 3d, il taglio laser e Arduino, al momento sono poco conosciute e potenzialmente infinite. Creare un oggetto, o parte di esso, che soddisfi esattamente le proprie esigenze credo sia qualcosa di veramente rivoluzionario. Ora sta a noi far funzionare il cervello e interpretare correttamente il mondo nuovo che ci circonda.

Paola Cirino: Ho 38 anni, e la certezza che il bello debba ancora venire.
Da brava secchiona impenitente buona parte della mia vita l’ho passata a studiare, per la laurea in conservazione dei beni culturali, per vari attestati, certificati, diplomi inerenti il mondo della grafica, e nei tempi morti anche per imparare qualche lingua straniera. La voglia di migliorarmi e l’onnipresente curiosità verso le novità tecnologiche mi hanno portato a tentare anche l’esperienza del FabLab, che spero possa aiutarmi a dare vita al mio progetto più recente, che è anche quello in cui credo di più: la creazione di un mio marchio per la realizzazione di gioielli fatti con materiali e tecniche innovativi. Sono testarda e anche se tante volte mi hanno suggerito di andare via da Napoli, o dall’Italia, ho scelto di rimanere perché ho sempre creduto molto nell’energia creativa che si respira qui. Per questo motivo riuscire a raggiungere i miei obiettivi nella mia città e per la mia città sarebbe il non plus ultra.
Un lavoro ben fatto? Quello che alla fine ti lascia qualcosa, un’esperienza, delle soddisfazioni, l’entusiasmo per andare avanti. E perché no, magari persino qualche soldo!

Sarah Liberti: Ho 29 anni e vivo a Pianura da sempre. In passato a chiunque mi chiedesse come mi trovavo in questo quartiere ho sempre risposto «da Pianura è facile scappare (intendendo che ci sono più mezzi pubblici che conducono in diverse parti della città)», quindi è difficile immaginare il mio stupore quando sono venuta a conoscenza che esisteva la tecnologia della stampante 3D e che un centro importante come il Fablab nasceva proprio a Pianura! In breve io sono laureata in Scienze Chimiche e il lavoro in questo campo di certo non si trova a Napoli né al Sud in generale. Eppure da qui non volevo andarmene perché io amo stare qui, attendere per ore il pullman, stare nel traffico, insomma amo anche i difetti di questa città, figuriamoci i pregi! Pertanto quando ho terminato il percorso di studi, che mi ha impegnato un quarto della vita, ho deciso di coltivare quelle che erano le mie passioni e ho partecipato ad un progetto del Comune di Napoli, Vivaio Donna, che dava la possibilità a 70 donne di avviare un’impresa nel campo dell’artigianato e della moda. Sono stata selezionata per la mia idea che consisteva nella realizzazione di una struttura di base, un’ossatura, per un accessorio moda su cui è possibile innestare monili per renderlo altamente personalizzabile, e grazie a degli esperti sono riuscita a mettere meglio a fuoco la mia idea imprenditoriale. Bellissima esperienza che mi ha lasciato due cose molto importanti: aver scoperto l’esistenza di una tecnologia utilissima come la stampa 3D che può aprire mille nuove strade (l’ossatura del gioiello può essere stampata interamente in 3D!): aver incontrato tante donne con talmente tanti pensieri e visioni che è molto difficile starci dietro ma anche immensamente stimolante. Ci tengo a dire che quando ho terminato il percorso di studi avrei potuto armarmi di pazienza, inviare centinaia di curricula in giro per aziende, enti, università e affrontare colloqui vari e alla fine trovare un lavoro, magari completamente diverso da quello che cercavo ma pur sempre un lavoro, sapendo che un lavoro non si può rifiutare. L’avrei fatto, credo bene, perché caratterialmente sono una perfezionista, e mi sarei trovata anche bene perché sono una persona positiva, però non ci avrei messo la passione che sto mettendo nel mio progetto d’impresa: mi sto divertendo! E per me è questa la ricetta del “lavoro ben fatto”, perché è vero che il lavoro nobilita l’uomo ma se si lavora con passione è l’universo che gira perché il sogno/progetto si realizzi alla perfezione.
fablabnova1

Lascia un commento